di Virginio Ferrara

/ novembre 4, 2018

Il tema della libertà e dell’uguaglianza risulta essere di assoluta centralità nell’ideologia politica e nell’impegno eversivo di Vincenzio Russo.

La realizzazione di condizioni di libertà e di uguaglianza è presupposto irrinunciabile per qualsiasi teorizzazione, aspirazione o tensione di evoluzione culturale, economica, sociale, politica. Infatti nessun sistema ideologico ha mai potuto teorizzare lo sviluppo evolutivo in assenza delle condizioni irrinunciabili ed indispensabili di libertà ed uguaglianza, che proprio per questo loro valore promozionale appartengono ai diritti universali.

L’anelito alla libertà ed all’uguaglianza è stato ed è tanto più forte quanto più  un popolo è sottoposto a condizioni mortificanti di servitù e disuguaglianza.

Parlare di uguaglianza oggi non è né inattuale, né inopportuno: non ci possiamo permettere di dissertare di libertà ed uguaglianza in modo accademico e distaccato in presenza di preoccupanti allarmi sociali nel nostro Paese: se da un lato la Costituzione repubblicana ci garantisce un sistema di libertà rispettoso del diritto universale al libero esercizio del pensiero e dell’azione, da un altro lato non riesce a fare altrettanto per la realizzazione di condizioni di uguaglianza, anch’esso un diritto universale ed irrinunciabile.

Proprio nella società italiana sono state registrate condizioni di disequità le più alte in Europa in relazione alla distribuzione del reddito ed alle opportunità di successo personale.

Questo dato lo si sta sottolineando già da tempo da più parti, ma con scarsi risultati, anzi siamo quasi giunti all’assuefazione al problema, al punto che esso non mette più di tanto in allarme le nostre coscienze: il numero dei poveri giorno per giorno diventa sempre più grande e la povertà genera deprivazione culturale, azzeramento delle opportunità e spesso anche perdita di dignità.

Viene richiesto a tutti noi nell’attuale contingenza uno scatto di responsabilità civile e di umana solidarietà nell’interesse della nostra società e quindi anche del nostro personale: se le sacche di povertà e di deprivazione si allargano, la nostra società si indebolisce al punto che farà registrare un abbassamento dei livelli di civiltà e di progresso, nonché la mancanza delle condizioni idonee ad affrontare le sfide della modernità, come quelle della legalità, della competitività internazionale.

Nel nostro interesse dobbiamo essere protagonisti di una svolta: pretendere dai nostri politici, a partire da quelli che amministrano la collettività palmese, la realizzazione di politiche per l’uguaglianza e le pari opportunità fondate sul rispetto dei diritti e l’adempimento dei doveri, in quanto abbiamo bisogno di una cittadinanza particolarmente attiva e coesa se vogliamo sortire insieme dalle condizioni problematiche in cui ci ritroviamo ed in cui si ritroveranno anche le generazioni successive.

La lezione del Russo in proposito è esemplare e stimolante per le nostre coscienze.

Il suo anelito alla libertà ed all’uguaglianza prendeva intensità e forza da due circostanze, quella del contesto storico irritante caratterizzato da residui consistenti della feudalità e da conservatorismo ed immobilismo sociale  e quella delle suggestioni ideologiche esercitate nei suoi confronti da Russeau, dalla congiura di Gracco Babeuf, dall’Illuminismo, dal giacobinismo francese.

Le condizioni di contesto che fanno da sfondo e da riferimento per la riflessione di Vincenzio Russo sono quelle di una monarchia assolutistica, che con l’utilizzo dell’esercito riduce la forza della feudalità, ma che non favorisce l’avvento di un nuovo sistema socio-politico-economico e di energie nuove, quale poteva essere un nuovo protagonismo borghese.

L’affermazione di nuovi ceti mercantili ed artigianali, di nuove figure imprenditoriali come agricoltori, usurai, banchieri, non determina un cambiamento del quadro feudale della società, che invece risulta essere per loro un pesante condizionamento: i mercanti acquistano i feudi e diventano i protagonisti di una rinnovata feudalità.

Questo stato di cose sta bene alla monarchia, che vuole conservare lo status quo ante dei privilegi e la conservazione del sistema legale, perciò affida al baronaggio la funzione di conservazione del sistema politico-economico e promuove una politica di elargizioni nei confronti dei lazzari, che potevano costituire un pericolo eversivo.

La monarchia di re Carlo Borbone si trasforma da monarchia illuminata in una monarchia lazzaronesca, poliziesca, soldatesca.

Rispetto a questo stato di cose le forze rivoluzionarie napoletane possono esprimere solo un profondo malcontento, ma non riescono a costruire un’alternativa: esse  non solo sono sotto la pressione esterna delle potenze straniere, ma si alienano anche le simpatie del popolo della città e della popolazione rurale sottoposta alla pressione fiscale e dei baroni.

Il 25 aprile 1799 è approvata una legge di eversione della feudalità, a dimostrazione del peso avvertito del perdurare del sistema feudale, ma non si fa in tempo a vederla applicata perché di lì a qualche mese la repubblica napoletana l’8 luglio 1799 è dichiarata decaduta dal re Ferdinando IV di Borbone.

A proposito dell’impegno ideologico a favore delle condizioni problematiche della popolazione Russo affronta la questione della proprietà e prospetta la soluzione della ridistribuzione dei beni: è per la conservazione del diritto ad una proprietà della grandezza sufficiente al sostentamento, l’eccedenza è intollerabile.

In questo è in linea con l’ideologia di Russeau, che prevede l’abolizione della proprietà e l’abbattimento del sistema feudale: l’origine del male deriva dall’istituzione della proprietà privata. La proprietà privata produce infatti una disuguaglianza economica che tende rapidamente a coincidere con una disuguaglianza sociale e politica. Chi possiede beni ha anche il potere, che genera altro potere. “L’élite dei proprietari è quella stessa che costituisce il sistema giuridico: un sistema iniquo perché finalizzato alla autoconservazione della forza e dell’autorità e alla perpetuazione della disuguaglianza”. Nel 1762 Rousseau pubblica il “Contratto sociale”: in quest’opera una tensione ideologica particolarmente intensa e sentita sul tema dell’emancipazione e della trasformazione della realtà al fine di creare una società libera ed egualitaria per rigenerare l’umanità.

Rousseau, per realizzare in pieno le migliori condizioni di uguaglianza, ipotizza la soluzione di una alienazione totale, di ciascun associato, con tutti i suoi diritti, a favore della comunità.

I cittadini, pur alienando tutti i loro diritti alla comunità, che ne ricava un massimo di autorità, restano liberi, non solo in quanto acquistano uno stato di assoluta uguaglianza reciproca tutelata dalla legge, ma anche in quanto partecipano attivamente alla vita comunitaria, in quanto gestiscono direttamente il potere politico.

Altro dato da considerare per capire a fondo la genesi e la contestualizzazione dell’ideologia del Russo è costituito da fatto che il Nostro partecipa ai movimenti rivoluzionari ed al dibattito del triennio giacobino degli intellettuali “filosofi” politicizzati nel periodo 1796-99 da protagonista, a seguito della diffusione dalla Francia di istanze rivoluzionarie incentrate sull’attacco al privilegio feudale e corporativo, sull’aspirazione alla costituzione per il governo dello stato.

I giacobini italiani si distinguono in moderati ed estremisti, ovvero liberali e democratici, in riferimento alla struttura dell’ordine sociale: i moderati sono per un ordinamento liberal-borghese, mentre gli estremisti sono per un ordinamento democratico egualitario, sono per una legge agraria per la piccola proprietà rurale, si mostrano diffidenti verso industria e commercio, fonti di corruzione, e credono che la rivoluzione realizza con la forza le condizioni di una società ideale. Essi sono anche  contro il conservatorismo e sostenitori della necessità del rinnovamento, del rovesciamento dell’ordine sociale connotato dai privilegi, e sono a favore di una scelta della forma di governo repubblicana.

A Napoli non tutti gli esponenti politici, intellettuali, si accostano al giacobinismo in modo pieno, la maggior parte si rivela piuttosto cauta e moderata, a differenza di Russo che aderisce al giacobinismo più oltranzista in modo convinto ed incondizionato.

La convinzione della necessità di garantirsi l’appoggio popolare da conquistare alla repubblica ed alla costituzione caratterizza l’atteggiamento giacobino verso la proprietà fondato su istanze egualitarie ed sul mito del contadino spartano, piccolo proprietario, simbolo di virtù ed indipendenza.

Per i giacobini la forma di governo da istaurare deve prevedere un controllo popolare sull’assemblea legislativa. Russo invece proclama l’esigenza di un governo diretto del popolo.

I rivoluzionari napoletani, condizionati dal baronaggio, avanzano proposte moderate fondate sul profondo rispetto della proprietà privata, Russo invece vuole la sua abolizione perché causa di disuguaglianza, interpretando le aspettative dei contadini, che non vogliono pagare le tasse e si mostrano sempre pronti ed intenzionati ad occupare le terre.

Russo, da rivoluzionario praticante e repubblicano convinto, nell’ambito della Repubblica Romana matura i pensieri democratici e li esplicita nei “Pensieri politici”:

cap. xv – Eguaglianza : “Ma dacchè gli uomini non sono pari individualmente, non ne deriva, che siano disuguali ne’ diritti loro. Il fonte di ogni diritto è l’esistenza: l’esistenza è un fatto semplice, e quindi in tutti eguale… La disuguaglianza comincia finalmente allora quando io non posso avere abbastanza pe’miei bisogni, e tu hai al di là de’ tuoi”. 

Il perdurare del retaggio feudale costituisce ancora un’oppressione intollerabile per la libertà e l’uguaglianza ed ispira e stimola l’anelito dell’intellighenzia del tempo al mutamento delle condizioni di vita in senso egalitario e libertario.

Per questo Russo mostra un’avversione radicale al sistema feudale monopolistico della proprietà, in quanto esso non riconosce all’uomo in quanto esiste una dignità ed una grandezza morale meritevole di rispetto e di tutela. Il sistema feudale è l’esatto contrario di una società democratica fondata sui principi universali dell’eguaglianza economica e politica, sulla libertà e la sovranità popolare. Russo non si prefigura, a differenza dei giacobini del nord, in prospettiva di esiti positivi della lotta politica uno stato unitario nazionale, ma una città-stato della tradizione greca, una repubblica popolare di eguali.

Altro elemento che ha avuto una grande suggestione politico-ideologica per Russo in direzione della formulazione di un’ideologia politica democratica ed egualitaria è rappresentata dalla congiura degli uguali ideata da Gracco Babeuf nel 1796, con l’adesione di Filippo Buonarroti e Augustin Darthè: la rivoluzione degli uguali doveva essere l’ultima rivoluzione dopo quella francese per l’abolizione della proprietà privata e l’affermazione del pieno diritto per tutti ad esistere. Il suo fallimento ha tragiche conseguenze: solo Filippo Buonarroti si salva dalla condanna a morte, mentre gli altri pagano sul patibolo la colpa di credere nella uguaglianza e nella democrazia, ma sollecitano le coscienze ad impegnarsi per l’affermazione degli stessi principi di rinnovamento della società:

“L’uguaglianza suppone dunque essenzialmente l’indipendenza. Se io per conservare l’esistenza mia ho bisogno di te non sono più indipendente, né più tuo eguale: tu puoi fare senza di me, io senza di te non posso. Ecco stabilita la disuguaglianza di fatto, ed ecco la schiavitù.

È questa quella schiavitù per natura, di cui parlò Aristotele nella sua Politica…

È schiavo per la ragion naturale delle cose colui, che per esistere nella pienezza de’ suoi diritti ha bisogno dell’opera altrui… E come s’inducono gli uomini a credere che lasciando sussistere quelle migliaia di fatti, che rendeano gli uomini disuguali e schiavi, possano questi diventare per via di parole eguali, ed indipendenti?…

Finchè un cittadino non ha la possibilità di esercitare qualunque impiego politico, non vi è uguaglianza: non vi è di diritto, dove n’è esclusa una classe: non vi è di fatto, dove una classe non ha la capacità di esercitare certi impieghi politici… Egli è naturalmente dipendente da chi ha quel diritto o quella capacità: e quindi son disuguali. In una società, dove non è l’una e l’altra eguaglianza, il nome di cittadino è più o meno vano.”

Anche le suggestioni illuministiche hanno avuto un’importanza non secondaria per la formazione ideologica di Vincenzio Russo, soprattutto per quanto riguarda i temi politici della tolleranzauguaglianza e libertà, che sono intesi come valori politici naturali ed universali:

Il tema dell’uguaglianza è diffuso e sentito. Anche la massoneria, molto attiva nel corso del XVIII secoloha grandi meriti nella diffusione della cultura della libertà e dell’uguaglianza: essa non ha un’operatività politica, ma contribuisce a creare una tensione collettiva indirizzata al perfezionamento delle più elevate condizioni dell’umanità. Le logge massoniche rifiutano qualsiasi tipo di differenza di censo, ceto, classe sociale, di etnia e di religione già prima dell’Illuminismo, che indubbiamente trae spunto dalla lezione massonica.

La cagione vera della disuguaglianza stabilita in sistema conviene cercarla, in quanto ai beni, ed al potere individuale, nell’idea che ha continuato in chi sopravvive il possesso dei beni, e la opinione di chi muore. Così le rapine di uno e la influenza, che la sua forza gli aveva data nella pubblica opinione, si sono trasfuse in un altro, che vi ha aggiunto le sue per trasmetterne il cumolo ad un terzo. In tal modo han perpetuata la disuguaglianza, e distrutta fino la possibilità di livellarsi il tutto colla morte degli oppressori.”

Russo affronta nel “Pensieri politici” anche il problema pedagogico di elevare le condizioni del popolo attraverso l’istruzione. Questo impegno da affrontare costituisce quello che noi chiamiamo in gergo moderno il potenziamento del capitale umano per il potenziamento e lo sviluppo della civiltà ed il progresso:

“La disuguaglianza nello sviluppo delle facoltà umane, e della capacità politica dipende dalla disparità dei metodi di vita, e da quella dell’istruzione.

L’artiero non avrà mai né la stessa complessione, né le stesse sensazioni, né le medesime idee del contadino. In democrazia conviene pareggiare al più, che si può, le circostanze della vita. Allora si otterrà eguaglianza, pace, fratellanza, e società universale di fatto fra tutti gli uomini…

Non sarà mai eguaglianza di capacità politica fra gli uomini, se non si renda generale l’istruzione. Altrimente il picciol numero della gente illuminata sarà il magistrato per natura del resto della nazione grossolano, e rozzo. Noi lo vediamo al presente: e se non si rende generale l’istruzione, si vedrà sempre”.

Anche gli altri giacobini sono convinti dell’importanza dell’istruzione ai fini dell’educazione del popolo alla democrazia, come anche Russeau che nell’Emilio sostiene che l’educazione si configura come quell’intervento attraverso cui si può plasmare un’umanità capace di vivere, anzi di convivere, secondo i dettami della giustizia e della ragione. Prima che all’istruzione di un fanciullo e alla preparazione di un adulto o, meglio, di un cittadino, Rousseau punta alla formazione di un uomo.

Mentre vengono sbandierati questi alti principi e la tensione etica e politica anima i rivoluzionari, il 13 giugno 1799 Ferdinando IV rientra a Napoli ed inizia la repressione contro 8000 prigionieri della appena defunta Repubblica: 124 vengono mandati a morte e tra essi Vincenzio Russo, martire e teorico della rivoluzione.

Croce nel saggio “Sulla rivoluzione napoletana del 1799” considerava la rivoluzione del 1799 un esperimento non riuscito, ma il suo fallimento ebbe

“feconde conseguenze: valse a creare una tradizione rivoluzionaria e l’educazione dell’esempio nell’Italia meridionale… fece sorgere il bisogno di un movimento rivoluzionario fondato sull’unione delle classi colte di tutte le parti d’Italia, e gittò il primo germe dell’unità italiana”.

Altri storici, invece, hanno manifestato la convinzione che i martiri della Repubblica napoletana non hanno lasciato altra eredità che il loro martirio, a voler sottolineare l’inutilità del loro sacrificio.

Non condividiamo questo atteggiamento, che possiamo definire di nichilismo storico a proposito della specifica vicenda del protagonismo rivoluzionario dei martiri del 1799,  perché non solo il loro pensiero, ma anche l’esempio della dedizione alla causa della libertà e dell’uguaglianza fino al supremo sacrificio della vita, valsero a stimolare ed indirizzare le coscienze verso un rinnovamento del sistema politico-sociale in direzione democratica.

Per tutti vale l’esempio significativo del credo e dell’impegno politico di Giuseppe Mazzini, che si riferisce con grande entusiasmo alla lezione ideologica ed all’esempio offerto da Vincenzio Russo per educare le coscienze alla lotta per la libertà, l’uguaglianza e l’indipendenza.

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Fonte www.terradipalma.wordpress.com

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