LA VITA

Periodo palmese

Vincenzo Maria Angelo Antonio Russo nasce a Palma, piccola terra, lontana dieci miglia da Napoli e vicinissima a Nola, il 16 giugno 1770 nella casa ancora attualmente ubicata al numero civico 11 di via Vicoletto Russo. Il libro battesimale della Parrocchia di San Michele Arcangelo documenta che viene battezzato nello stesso giorno della nascita dal parroco Don Andrea Franzese, riporta il nome dei genitori, Nicola Russo e Mariangela Visciano, da San Paolo di Nola, e della levatrice Ippolita Franzese.

Negli anni della fanciullezza Vincenzo alterna i giochi con i numerosi fratelli e sorelle: Pietro, Diana, Giuseppe, Gaetano, Maria Saveria, Nicoletta ed Antonio agli studi, iniziati sotto la guida del padre avvocato, e proseguiti con vari precettori.

Alla precoce età di otto anni, insieme ai fratelli Pietro e Giuseppe, inizia a frequentare gli studi superiori presso il Seminario Vescovile di Nola. L’usanza dei tempi voleva, infatti, che in una famiglia borghese ci fossero un figlio avvocato ed uno sacerdote, in modo da assicurare il benessere materiale e spirituale della famiglia.

Gli anni nolani sono decisivi per la formazione morale e culturale del Russo. Futuri martiri e perseguitati dalla restaurazione borbonica gli sono insegnanti o compagni di studio. Tra di essi Ignazio Falconieri, caduto anche lui nella difesa della Repubblica napoletana del 1799.

All’età di tredici anni, sotto la pressione del padre, il quale temeva che Vincenzo, che stava per prendere gli ordini minori, volesse consacrarsi alla vita sacerdotale, è inviato a Napoli assieme al fratello Giuseppe e si dedica agli studi giuridici. Ma un animo sdegnoso di ogni servitù quale era quello di Russo non poteva adattarsi alla costrizione delle norme che regolano l’esercizio del culto. Al giovinetto la missione del prete negli ordinamenti sociali appare ristretta, e l’umiltà del sacerdote, che guarda più ai vantaggi spirituali che al benessere civile e materiale della società, si oppone ai generosi e nobili propositi.

Le idee riformatrici, già penetrate nel giovane Vincenzo durante la permanenza al Seminario di Nola, hanno modo di consolidarsi grazie al contatto con alcuni esponenti del mondo universitario, favorevoli ad una decisa modernizzazione della società. La mente di Russo si apre a varie esperienze culturali. Accanto al diritto coltiva gli studi scientifici: la medicina, la biologia, la chimica. Gli esperimenti che egli compie a Palma, durante i suoi brevi soggiorni, nella mentalità popolare fanno di lui un alchimista dedito a commerci oscuri con il diavolo. Tanto che, quando gli sbirri arrestano e condannano i suoi compaesani Luigi De Martino e il sacerdote Luigi Ruocco per le loro ricerche sul galvanismo, viene assolto solo per la sua giovane età.

Conseguita la laurea in giurisprudenza, si scrive all’albo degli avvocati di Napoli con studio in via Cristallini e inizia a svolgere brillantemente la sua professione, distinguendosi tra tutti per la sua eloquenza che, secondo Francesco Lomonaco, talvolta era come un fiume placido e immenso che scorre su l’erbe verdeggianti di un prato, alle volte come un torrente che cade dalla cima di un monte e fa rimbombare la vicina foresta con il suo fragore, talora nelle conversazioni private come un ruscelletto che ricrea chi lo gusta.

Gli anni napoletani e la formazione politica

Gli anni universitari lo avvicinano ad alcune logge massoniche; in particolare, a partire dal novembre 1789, a La Philantropia, tra i cui adepti figura anche il giurista Mario Pagano. L’anno della Rivoluzione Francese, con la diffusione delle idee di libertà e di uguaglianza in tutta Europa, segna una data decisiva nella vita di Russo e di tanti altri giovani intellettuali napoletani.

Alla venuta a Napoli nel 1793 dell’ammiraglio francese Latouche e del ministro della Repubblica francese Makan, che stazionano nel golfo con una flotta di 14 vascelli, partecipa assieme a molti giovani napoletani entusiasti delle nuove dottrine ai convegni e banchetti che i due rappresentanti della Rivoluzione organizzano per incitare il popolo alla libertà. Nella capitale del regno borbonico cominciano a sorgere, sull’esempio dei salotti presso i quali si radunava di solito il fiore della cultura cittadina, club rivoluzionari.

Viene fondata la Società Patriottica, il cui scopo è la ricerca di proseliti soprattutto tra gli strati popolari della società in cui serpeggia un diffuso malcontento. Questa si divide in due tronconi, uno più moderato, chiamato Liomò (Libertà o morte), l’altro più radicale Reomò, (Repubblica o morte). Anche il Russo, diventato un radicale oltranzista, partecipa attivamente alla vita della Società, la quale tuttavia, causa contrasti interni, viene sciolta il 20 febbraio 1794.

Vincenzo continua la propria attività rivoluzionaria fondando assieme ad altri cospiratori il Club Rivoluzionario Centrale. L’organo tuttavia non ha il tempo di organizzarsi perché, a seguito di una delazione, tutti i cospiratori sono tratti in arresto o sottoposti a duri interrogatori dalla polizia borbonica. Sotto la scure della repressione monarchica cadono nell’ottobre del 1794 le giovani vite di Emanuele De Deo, Vincenzo Vitaliani e Vincenzo Galiani. I fratelli Russo, Vincenzo e Giuseppe, riescono ad ottenere l’indulto per aver collaborato alle indagini grazie all’interessamento degli zii Giovanni e Nicola Vivenzio. Questi, che ricoprono prestigiose cariche, uno protomedico del regno e l’altro giudice della Vicaria, convincono i giovani a chiedere la perdonanza in cambio dell’assicurazione che il loro nome non sarebbe stato iscritto tra i 34 indiziati, evitando così la condanna a morte. Una colpa questa che segnerà Vincenzo per sempre e lo porterà a condurre una vita così austera e irreprensibile da divenire da allora in poi un modello di probità e di virtù.

Nel marzo del 1795, ad un riesame degli atti del processo, in seguito ad interrogatori e indagini che si protraggono fino all’aprile del 1796, è compilato un primo elenco di 52 indagati tra i quali compare anche il nome di Vincenzo Russo, che è di nuovo proscritto assieme a 250 patrioti. Ma il giovane si era già reso latitante. Qualche giorno prima, infatti, segretamente avvisato che un drappello di guardie stava per circondare la sua casa di Napoli per arrestarlo, aveva bruciato subito una grande quantità di suoi scritti, era fuggito per una uscita segreta e si era dato alla macchia. Ai primi di maggio del 1796, dopo aver venduto due suoi poderi, noleggia per seicento ducati una nave e va in esilio assieme a Mario Pagano. Questi eventi, la collaborazione con la polizia borbonica e la fuga segnano definitivamente il moralismo di Vincenzo Russo. Da allora il rigore etico, la coerenza di pensiero e azione, il senso di responsabilità gli danno il coraggio di lottare per le proprie idee di riforma sociale e politica fino all’estremo sacrificio della vita.

L’esilio

Durante l’esilio è a Genova, a Milano ed infine a Berna e a Ginevra in Svizzera. Nel paese elvetico riesce a vivere con dignità esercitando la professione di medico, appresa dall’avo materno. Contemporaneamente comincia a scrivere le bozze del suo progetto politico di Repubblica popolare, che confluirà nella sua opera I Pensieri politici.

Nel 1797 è nella Milano della Repubblica Cisalpina e nei primi mesi del 1798 a Roma dove è nata la Repubblica Romana. A Roma riveste la sua prima carica politica, quella di invigilatore, cioè responsabile della Sala d’istruzione pubblica, detta anche Circolo costituzionale, che aveva il compito di informare i cittadini sulle decisioni amministrative del governo e di sollecitare la discussione su problemi politici in cui, grazie alle doti di oratore di cui aveva fatto mostra durante il suo ultimo soggiorno milanese, tiene numerosi interventi e scrive articoli sul Monitore Romano.

Il suo radicalismo politico lo rende ben presto inviso agli ambienti più moderati, che lo accusano anche di anticlericalismo per aver proposto che il sacramento del battesimo fosse differito ad una età più matura, così come avveniva nelle prime comunità cristiane. In un suo duro intervento contro la corruzione nella pubblica amministrazione denuncia il lusso che imperversava a Roma con tale fervore che diversi presenti donano gli oggetti d’oro che indossano perché siano venduti e il ricavato donato al popolo. Egli stesso nella sera successiva consegna alla Cassa dei poveri un orologio d’argento, l’unico oggetto di qualche valore che avesse.

L’evento centrale della permanenza di Russo a Roma è la pubblicazione dei Pensieri politici presso la tipografia Poggioli nell’agosto 1798, prima, come si faceva allora, su foglietti che vengono distribuiti quasi a puntate e poi in parte sul Monitore. Nel novembre dello stesso anno si arruola volontario nell’esercito francese che in dicembre comincia a marciare verso il Regno di Napoli.

La rivoluzione e la Repubblica del 1799

Russo rientra a Napoli nel gennaio 1799 in qualità di medico del 101° reggimento della milizia francese sotto il comando del generale Championnet. Il re intanto ha abbandonato la città ed è fuggito a Palermo con la sua famiglia, portando con sé il tesoro reale. Appena è nel regno, il 17 gennaio, assieme al fratello Gaetano corre a Palma per rivedere i suoi familiari ed amici dopo quattro anni e cerca di persuadere i suoi concittadini ad accettare il nuovo corso storico rivoluzionario, parlando loro in piazza sopra un poggiuolo, dove si poneva il pane del forno pubblico.

Il 22 gennaio 1799 è a Napoli quando, vinta la resistenza del popolo napoletano, i Francesi e i rivoluzionari entrano in Castel Sant’Elmo e proclamano la nascita della Repubblica Napoletana. Russo prende casa in affitto nell’odierno Vico storto al Purgatorio, una traversa di Via dei Tribunali. Partecipa con fervore e dedizione alla vita della Repubblica, ricoprendo incarichi di grande rilievo e distinguendosi per le sue doti di oratore. Il 10 febbraio è nominato vigilatore della Sala d’istruzione pubblica, ubicata nell’ Università degli Studi, nella quale richiede sia posto un busto di Gaetano Filangieri, autore della Scienza della Legislazione.

Tra i suoi principali interventi, molti dei quali apparsi sul Monitore Napoletano e sul Venditore Repubblicano, è da ricordare quello sull’abolizione della feudalità. Il vivace dibattito vede contrapposti due distinte posizioni: quella dei moderati, i quali traggono evidenti vantaggi dal sistema feudale e quella degli intransigenti, tra le cui file è schierato anche il Russo. Il 15 aprile 1799 il rimpasto di governo porta Russo alla Commissione Legislativa. In tale organo egli si fa promotore il 17 aprile di una proposta di legge a favore dei cittadini poveri: la riduzione a 50 ducati, invece dei 250 decisi due mesi prima, degli stipendi per le cariche governative e i pubblici funzionari. Propone anche un libro Dell’amore e della patria per coloro i quali, potendo, volessero rinunziare al soldo e un altro Dei doveri del cittadino, che contenga i nomi di coloro che per i loro bisogni richiedano un aumento di salario. Una retribuzione quindi non secondo il merito, ma secondo i bisogni primari.

Il 23 aprile Russo si dimette dalla Commissione per l’ostruzionismo praticato da una parte riguardo all’abolizione della legge feudale e al mancato accoglimento delle sue proposte.

Tra il 26 e il 30 aprile si trova nella sua Palma quando vi giunge la colonna del generale Schipani, che, dopo aver saccheggiato Lauro, dove aveva incendiato anche il castello del principe Lancellotti, per le insorgenze borboniche, vuole punire anche i palmesi. Russo, che parlava il francese, va loro incontro a Casola e riesce a persuaderli a desistere dal loro proposito. La sua intermediazione salva il paese e dalla reazione dei soldati e dall’imposizione di una tassa di 6 mila ducati.

L’intransigenza che guida la sua attività pubblica governa anche la sua vita privata. Soleva accontentarsi del minimo necessario alla sopravvivenza, dormiva su un letto molto modesto, faceva spesso a piedi il cammino tra Palma e Napoli, provvisto soltanto di poco pane e qualche castagna.

Raccontano che, prima di lasciare il governo, tornando a casa dal Parlamento, in Piazza dello Spirito Santo, si imbatté in un venditore di scagnuozzoli, così volgarmente chiamato a Napoli il pane di granone con uva passa. Mentre ne comprava un paio di grani, lo vide un altro rappresentante del popolo, che gli disse: “Come, Vincenzo Russo si mangia questo pane?”. “E che differenza c’è, risponde tranquillo, tra me e colui che lo mangia per bisogno?”.

Il letterato e patriota Giuseppe Ricciardi scrive anche di aver ascoltato direttamente dalla madre Luisa Granito, amica delle sorelle francesi Prevetot, che una di esse “era focosamente amata da Vincenzo Russo, anzi promessagli sposa”. Una notizia ripresa da Benedetto Croce, il quale aggiunge che la giovinetta di cui Vincenzo era innamorato si chiamava Aurora e viveva nella casa della sorella vedova assieme al padre. In questo periodo Russo cura anche una nuova edizione dei suoi Pensieri politici, ma, quando si era alla fine della stampa dei fogli e della rilegatura, il tipografo, cui si era affidato, preoccupato per l’ormai imminente vittoria realista, manda ogni cosa all’aria e dà fuoco alle stampe.

Nel mese di giugno le sorti della Repubblica Napoletana sembrano già compromesse, causa i dissidi interni tra i rivoluzionari di diversa estrazione. L’esercito sanfedista, guidato dal cardinale Ruffo, avanza su Napoli. Il governo cittadino istituisce la Guardia Nazionale. Russo si batte con forza durante gli scontri del 13 e del 14 giugno presso il Ponte della Maddalena. Benché pregato insistentemente dal sacerdote Nunziata di ritirarsi, solo quando vede che i nemici gli sono addosso ed è inutile ogni resistenza si nasconde sulla spiaggia dietro i frantumi di una barca. Scovato è condotto in un capannone dove subisce le violenze del nemico e di seguito, denudato, è gettato in una sala di fronte ai Granili con trecento cittadini tra i quali Vincenzo Cuoco e il sedicenne Guglielmo Pepe. Da qui è trasferito in uno degli angusti e sporchi depositi dell’edificio. Anche se in catene, non cessa di consolare i compagni, di parlare dei nuovi ordinamenti sociali che avrebbero migliorato la condizione dell’umanità e, con l’entusiasmo che desta con le sue parole, fa dimenticare la fame e la sete che in quella stanza umida e fredda patiscono i suoi compagni. Il 21 giugno si decide la capitolazione di Castel Sant’Elmo, il 9 luglio il re ritorna a Napoli. Russo rimane nei Granili fino al 12 agosto, poi passa sulla nave Stabia e da qui è condotto e rinchiuso nell’orribile carcere della Vicaria, una fossa senza aria e senza luce, dove l’umidità intensa e l’aria mefitica spezzavano le membra.

Tra il 17 agosto e il 18 settembre è sottoposto a giudizio e condannato alla pena capitale per impiccagione con la confisca dei beni e trasferito nelle segrete di Castel S. Elmo. Il giorno successivo alla proclamazione della sentenza è condotto nelle Carceri di Castel Nuovo e il 16 novembre è trasferito nella Cappella del Castello del Carmine. La sera di lunedì 18 novembre 1799, lettagli la sentenza di morte, non muta colore il suo viso, chiede solo di bere un po’ di vino obbligando l’assistente a bere alla salute dei patrioti nascosti e dorme tranquillamente. Parla di politica ai compagni di prigione e, nello staccarsi da loro, dice: “Domani avrete più spazio, dormivamo troppo stretti”. Non vuole alcun conforto religioso Quando gli si presenta il comandante del Castello che lo chiama amico e vuole esortarlo a morire cristianamente, Vincenzo, scattando fieramente, dice: “Tu, assassino, ti dici mio amico. Tu seguace di Ruffo mi parli di religione. Oh! per carità, fammi condurre al supplizio, questo è l’unico oggetto dei miei desideri”.

La mattina seguente nella Piazza Mercato, nei pressi della chiesa dove era detenuto, Vincenzo viene portato al patibolo. Prima di essere impiccato si rivolge alla plebe dicendo:

Questo non è per me luogo di dolore, ma di gloria. Qui sorgeranno i marmi ricordevoli dell’uomo giusto e del saggio. Pensa, o popolo, che la tirannide ti fa velo agli occhi, inganno al giudizio, essa ti fa gridare viva il male, muoia il bene; ma tempo verrà in cui le disgrazie ti renderanno la mente sana. Allora conoscerai quali sono i tuoi amici, quali i tuoi nemici. Sappi ancora che il sangue dei repubblicani è seme di Repubblica, e la Repubblica risorgerà quando che sia come dalle sue proprie ceneri la fenice più bella e possente”.

Interrotto più volte dal frastuono dei tamburi e dagli schiamazzi dei popolani, secondo Gioacchino Puoti, testimone dei fatti, le sue ultime parole sono: “Io muoio per la libertà. Viva la Repubblica”.

I sanfedisti, dopo l’esecuzione, ne oltraggiano il cadavere, che viene sepolto nello stesso giorno nella Congregazione di San Matteo al Lavinaio. Ma secondo altre versioni, viene gettato nelle fosse dietro le prigioni oppure riportato in chiesa e a notte fonda, come era uso per gli eretici, accompagnato in corteo dai padri incappucciati Bianchi con le torce di pece nera al Ponte della Maddalena da dove viene gettato giù presso il fiume Sebeto.

Aveva solo 29 anni.