Il tema della libertà in Vincenzo Russo si rapporta direttamente a quello della relazione tra individuo e società. Come la società non può mai essere in contraddizione con l’individuo così la legge di un popolo non può mai essere in contraddizione con la libertà dell’individuo. La libertà dell’individuo consiste nella possibilità di ciascuno di poter fare il meglio per sé, quello che più giova alla propria salute, utilizzando le proprie facoltà e secondo un principio di utilità graduale. “Nell’individuo la libertà – scrive Russo – consiste nel calcolo”. La società è l’insieme degli individui, ognuno dei quali calcola il meglio per sé. La somma di questi interessi calcolati, cioè il calcolo comune, sono le Leggi. La legge, allora, è il condensato della ragione comune. “Vuoi tu conoscere – domanda Russo – se in un popolo sia libertà? Vedi se ciascuno faccia per effetto della ragione comune quello, che farebbe per effetto della sua propria non inferma ragione. L’idea della libertà non si può scompagnare da quella della ragione e del meglio”. Vivere in società per l’individuo non deve significare rinuncia a ciò che egli, con mente sana, ritiene essere il meglio per sé. Il bene comune non deve entrare in contrasto né deve comprimere il bene soggettivo. “Perché in un popolo vi sia libertà – annota Russo – non basta in verun modo, che vi siano osservate le leggi: tale osservanza produce sicurezza, ma non libertà. Non basta che vi sia la conformità esterna delle azioni con la legge: vi bisogna la conformità interna, la congruenza della ragione comune colla ragione individuale”. È l’esatto contrario del monito di Tommaso Hobbes, che teorizzava la rinuncia alla libertà individuale in cambio della sicurezza. Per poter far coincidere libertà e sicurezza c’è bisogno, però, che il popolo sia composto di cittadini morali. E per avere cittadini morali c’è bisogno di avere buoni costumi che sono il frutto di una buona istruzione. Il messaggio di Russo sulla libertà può essere così sintetizzato: buona istruzione produce buoni costumi e i buoni costumi producono e conservano la libertà.

Nelle prime giornate rivoluzionarie si pensò a educare il popolo.  Il discorso egualitario era uno dei temi privilegiati della propaganda giacobina. In una “Parlata”, una sorta di predica pubblica in dialetto, diretta ai popolani, ancora sorpresi e disorientati e che stanno comme l’asene mmiienzo a li suone, si diceva: “Fora Signure, e fora l’Ezzellenze, lo povero, e lo ricco sono eguale, ogn’uno potrà dì lo fatto sujo, e che bolite cchiù”.

In questa frase si condensava non solo un principio fondamentale della democrazia borghese, invocante l’abolizione dei titolo nobiliari, ma si tentava di eliminare la distanza tra ceti popolari e piccolissimi ceti borghesi, che esercitavano prepotenze quotidiane e meschine sui diseredati. Era un modo per tentare di arruolare nei ranghi della neonata Repubblica i lazzari, legatissimi ai Borbone e alla Chiesa. In quella promessa non c’era solo il sogno dell’uguaglianza, ma soprattutto quello della libertà di poter esprimere e rivendicare i propri diritti: ogn’uno potrà dì lo fatto sujo.

Nei Pensieri politici di Vincenzo Russo, il tema dell’uguaglianza occupa un posto centrale e interessa soprattutto il piano economico. Dopo aver affermato che in natura non si danno mai due cose uguali e neppure due uomini uguali, Russo annota: “Ma dacché gli uomini non sono pari individualmente, non ne deriva, che sieno disuguali ne’ diritti loro. Il fonte di ogni diritto è l’esistenza: l’esistenza è un fatto semplice, e quindi in tutti eguale”. Ogni soggetto umano deve godere degli stessi diritti degli altri soltanto in virtù del sue esistere.  “La disuguaglianza – afferma Russo – comincia finalmente allora quando io non posso avere abbastanza pe’ miei bisogni, e tu hai al di là de’ tuoi. L’eguaglianza suppone dunque essenzialmente l’indipendenza”.

Ognuno deve sentirsi uguale agli altri nel momento in cui avverte di poter esistere e vivere in una forma autonoma e indipendente. “Se io per conservare l’esistenza mia ho bisogno di te, non sono più indipendente, né più tuo eguale: tu puoi far senza di me, io senza di te non posso. Ecco stabilita la disuguaglianza di fatto, ed ecco la schiavitù”.

Sul piano politico l’eguaglianza consiste nella “possibilità di esercitare qualunque impiego politico”; “non vi è eguaglianza, non vi è diritto, dove n’è esclusa una classe”. Tutti egualmente debbono poter aspirare a occupare qualunque carica nella società. Riposa su questo principio la lotta per le pari opportunità, combattuta prima dai ceti popolari esclusi e oggi dalle donne.

Il punto fermo per parlare d’istruzione all’interno del pensiero di Vincenzo Russo è la convinzione che gli uomini come i popoli non sono già tutto quello che potrebbero essere. Tanto i singoli uomini che i popoli hanno la possibilità di migliorarsi. Sono educabili. E se il processo di educazione morale e politica e la sua ricaduta sulla vita civile sono scarsi e lenti, questo dipende dalla grave dissonanza tra le nostre idee con le idee degli altri uomini e con l’attuale forma organizzativa della società. Da questa dissonanza nascono i mali della società. La convinzione di fondo di Russo è che la dissonanza non sia connaturata alla diversità degli uomini, e perciò insuperabile, ma sia frutto delle forme attraverso le quali si è venuta organizzando la società nel tempo. Se riuscissimo a modificare le forme del sapere tradizionale, frutto di una cattiva organizzazione sociale, e riportassimo la natura umana alla condizione originaria, consistente nel saper calcolare con mente sana il nostro vero utile, questa dissonanza scomparirebbe. È questo il compito dell’istruzione: cancellare dalla terra “la luttuosa ignoranza torreggiante su tante migliaia di volumi scritti dal teologo e dal giurista”.

Il compito dell’istruzione, allora, non è quello di imbottire di nozioni il soggetto, ma quello di aiutarlo a saper scegliere all’interno delle cognizioni umane le più giovevoli ai singoli e ai popoli, per conservare quelle utili e disprezzare il resto. Istruire allora non consiste nel moltiplicare le forme del sapere, ma tentare di conformare i modi di pensare dei singoli e di modularli sul bene di tutti e di ciascuno. “A me pare perciò necessario – annota Russo – che si formino istituzioni di morale e di politica, adoperando le più esatte cure perché riescano le migliori possibili … In tal modo la difformità del pensare in cui ora ci troviamo, si diffonderebbe il meno possibile, e sarebbe riparato in gran parte uno dei più gravi disordini”.

Per Vincenzo Russo due sono le forme d’istruzione da privilegiare: quella della morale repubblicana e quella dell’agricoltura. “Una provvida legge che obblighi tutti i fanciulli ad assistere un’ora al giorno a quelle lezioni, ci darà in breve tempo una generazione di contadini filosofi, felici elementi di Democrazia”.

Il pensiero sulla tolleranza è uno dei più belli di Russo. Egli biasima che nell’Europa “Si pensa che la tolleranza già esista qualora si schivi la ferocia e la persecuzione aperta ed immediata di una setta religiosa contro dell’altra”. Questa forma di tolleranza non cancella il mantenimento dell’esclusione e dell’incapacità di cittadinanza e tutto quello che da questo deriva per i seguaci di altre forme di religione. “La tolleranza vera – scrive Russo – esigerebbe che niuno s’impacciasse mai della religione di qualunque altro individuo”. E considera “orrida intolleranza quella che si usi coi figli educandoli nella setta professata da noi, impegnandoli chi in uno e chi in altro modo a seguirla; e quindi impiantandola profondamente nell’animo loro tenero e cedevole col meccanismo delle pratiche, in quell’età in cui si è incapaci di contrarre ogni minimo impegno e di appigliarsi a qualunque partito”.

Per Russo la “tolleranza vera importa indifferenza, sì che ognuno faccia individualmente ciò che gli piace rispetto alla religione, senza essere soggetto in qualsivoglia modo alla minima influenza esterna o interna di chicchessia”.

Per Russo la tolleranza religiosa in una società umana, considerata in assoluto, è un male, perché è la testimonianza che c’è una religione dominante che tollera le altre. “È dessa un bene solo nelle comunanze barbare o corrotte”, quando serve a contenere lo strapotere di una forma religiosa “spaventevole per furore, e lorda di sangue” e “liberticida nelle istituzioni”. Laddove c’è l’idea che solo ciò che credo io sia vero e buono, là non ci sarà mai vero affratellamento. Si giungerà al massimo alla sopportazione dell’altro, in virtù della legge che lo impone, “ma ad unire gli animi con vicendevole cittadino affetto non mai”.

Russo ha in mente le tante, infinite, guerre combattute nel passato e nel presente in nome di religioni ognuna delle quali ritiene se stessa come la religione del vero Dio.

Alla domanda “Ma è veramente poi necessaria al bene ed alla conservazione della società una religione?”, Russo offre due risposte. La prima è: “Sì…. Alla tirannia”. La seconda è altrettanto positiva e si riferisce alla capacità che potrebbe avere nell’istillare negli animi dei cittadini “un tal quale vincolo di fratellanza umana”, in grado di stimolare i singoli ad ottemperare ai doveri sociali.

È necessaria alla tirannia, quando intende controllare e modellare i sentimenti dei singoli in funzione dell’interesse del tiranno di turno. È utile alla società, quando, accolta da tutti i cittadini e conforme alla politica vigente, aiuta una società a essere unita e compatta. In questo caso, però, tutti i cittadini indistintamente possono essere di volta in volta ministri del culto. “Essi senza salarj, senza distintivi e senza autorità presederebbero soltanto agli atti del culto, per rimescolarsi dopo ciascuno di questi con tutti gli altri”. Appena si forma un ceto di religiosi di professione nascono ambizioni e potere e, con essi, oppressione degli uomini e inevitabile servitù.

La convinzione profonda di Russo in tema di religione è che tutti i valori positivi attribuiti dalle religioni al loro Dio, la pace, l’amore, la bontà, la paterna tenerezza ed altri ancora, siano valori intrinseci alla persona umana. Valori che sono onorati anche da molti non credenti. Questi sono in grado di essere onesti e virtuosi, al pari dei migliori tra i credenti. “Apri la storia degli atei – annota Russo – vi troverai più uomini onesti e virtuosi che non ne trovi fra i credenti a proporzione del numero loro”. I costumi degli uomini e la loro socialità non dipendono dalle pratiche religiose, ma dal mutamento delle circostanze esterne. Se dipendessero dalla religione, dopo secoli di presenza forte e centrale di essa nella vita dei popoli, i costumi e le pratiche civili dovrebbero aver già registrato la perfezione assoluta. Dopo aver ridotto al minimo la funzione civile della religione, Russo riduce anche la carica veritativa della religione. A voler pensare Dio, considerato infinito, con le idee dell’uomo, invece di conoscerlo meglio, lo “s’infama”, anzi lo “si annichila”. La conclusione di Russo è che l’uomo “trova in e negli altri i principi di tutta quanta la sua perfezione morale, cioè delle sue più utili, più virtuose azioni”.

Anche il concetto di proprietà è particolarmente curato da Russo all’interno della sua opera. Ed è direttamente legato, come quello di eguaglianza all’idea di esistenza. “Senza i prodotti della terra l’uomo non si può conservare: ha dunque alla partecipazione di questi un diritto eguale a quello che egli ha di esistere. Siffatto diritto è uguale in tutti gli uomini: poiché l’esistenza, dalla quale esso trae l’origine, è un fatto semplice, come abbiamo già notato, e però omogeno ed eguale”.

L’uomo, dunque, ha diritto alla proprietà in quanto ha diritto all’esistenza. Il diritto alla proprietà, perciò, è direttamente legato al suo essere fisico e a nessun altra cosa. “Quindi – scrive Russo – conviene cercare ne’ suoi bisogni la ragione ed i limiti della sua proprietà, delle cose necessarie alla sua vita e alla sua perfezione”. La quantità di proprietà che sola merita questo nome, allora, è quella necessaria al soddisfacimento “dei nostri attuali bisogni ”. Nel linguaggio di Russo quest’affermazione significa che tutto quello che non mi serve per gli attuali bisogni non può essere considerata proprietà legittima.

Aggiunge, infatti: “Il primo che stabilì la permanenza della proprietà delle cose necessarie alla vita ed alla perfezione, dischiuse la triste sorgente della schiavitù, del delitto, e dello snaturamento dell’uomo”.

La proprietà intesa in questo modo non deve essere trasferita da padre in figlio. “Come il diritto di proprietà suppone un bisogno, ogni diritto di proprietà finisce al finir della vita”. I figli hanno diritto alla proprietà non in quanto eredi del padre, ma in quanto cittadini indigenti, che hanno diritto a soddisfare il loro bisogno di esistenza. Sparta era una delle migliori organizzazioni sociali dell’antichità e non conosceva l’istituto della proprietà divisa, cioè della proprietà privata. Il mancato trasferimento di padre in figlio della proprietà evita le rendite non corrispondenti ai bisogni reali, evita cioè le rendite parassitarie.

Per Russo in una ben costituita società bisogna ridurre al massimi il peso delle tasse sui cittadini. Una società ben ordinata, infatti, ha bisogno di poco e perciò può ridurre le spese e, con esse, le tasse. È il principio su cui si regge il ragionamento di chi oggi parla di riduzione delle tasse operando tagli alla spesa pubblica. “In una ben costituita società non vi sarà truppa permanente. Fra ben costituite società non avranno luogo le guerre. Soldi in una società ben ordinata non occorrono affatto, o solo tenuissimi. Alcune opere pubbliche necessarie si faranno in certi giorni dagli stessi cittadini”. Finché non si giunge all’epoca fortunata di un ben costituita società, le necessità comuni devono essere soddisfatte dai tributi dei cittadini.

Per evitare di commettere l’ingiustizia di far pagare le stesse tasse a cittadini che non hanno la stessa capacità contributiva, va applicata la legge della tassazione progressiva: “Finché vi è chi ha superfluo, colui che abbia un comodo onesto non dee pagare alcuna cosa. Finché vi è chi ha un comodo onesto, nulla dee pagare colui che sia in povertà”. Il sistema di far pagare a tutti in modo eguale i servizi, attraverso una sorta di tassazione indiretta, “è una conseguenza del dispotismo del più forte, il quale finora detta la legge”. Quanto risparmierebbero le attuali società se non ci fosse la corsa permanente agli armamenti? Quante persone potrebbero uscire dall’indigenza e dalla morte per mancanza di cure e di cibo se si limitasse la produzione delle armi?

Russo dedica al commercio molta attenzione e, contrariamente all’entusiasmo che tale attività aveva acceso negli animi degli economisti meridionali come Antonio Genovesi e Ferdinando Galiani, egli ritiene che “il commercio non era se non un rimedio sotto il dispotismo”. Quando pochi proprietari possedevano tutte le ricchezze e se le passavano di padre in figlio, il commercio serviva a far spendere ai ricchi per dare “da vivere al povero” o per renderlo “anche proprietario”.

Russo al commercio fatto per guadagnare preferisce lo scambio dei prodotti e dei beni. Si cede quello che si possiede in abbondanza e si riceve in cambio ciò di cui si ha bisogno.

Il commercio, unitamente alla proprietà permanente, produce schiavitù: “L’agevolezza di acquistare – scrive – moltiplicò insani bisogni, diè luogo all’invidia, alle frodi, alle disuguaglianze di fortune, stabilì i non possidenti, e andò corrompendo morale, ordini sociali, e libertà”. Nella sua radicalità, l’affermazione di Russo nasconde una verità ancora attuale. La nostra società tutta fondata sulla produzione e il consumo di beni necessari, ma anche e forse soprattutto di beni futili e inutili, alimenta appositamente falsi bisogni, induce al consumo continuo, produce oggetti già programmati per essere buttati via subito dopo e per essere sostituiti da altri, al solo fine di alimentare produzione e consumo di beni voluttuari. Il commercio, per Russo, non favorisce la realizzazione di un rapporto positivo tra gli uomini. “Il commerciante – scrive – riguarda gli uomini dal lato delle sue speculazioni: è difficile così che la fratellanza alligni nell’animo di uomo che veda da per tutto un mercato ed in tutto la speculazione”.

Russo si domanda e ci domanda: “Il commercio, di superficialità, cioè di quanto vada al di là della sobrietà, può mai convenire alla Democrazia?”.

Le pene per aver commesso uguali delitti debbono ricadere sui rei nella stessa misura. Perché ci sia quest’uguaglianza nella pena, “finché non vi è uguaglianza nelle fortune… il modo di proporzionarle sarebbe quello di renderle per ciascuno di una somma tale che ciascuno ne risentisse il peso egualmente”. A commettere i delitti – per Vincenzo Russo – sono gli uomini schiavi delle passioni. Le pene, perciò, debbono essere commisurate a questa schiavitù. “A misura che gli uomini si svolgono dalla schiavitù, le pene debbono diminuire”.

Finché non avverrà la completa liberazione bisogna “rintuzzare il delitto nel pensiero, sì che non si affacci neppure alla volontà”. Gli uomini commettono delitti nella speranza di rimanere impuniti. Per evitare l’impunità, Russo auspica che “tutte le sentenze colle quali è inflitta la pena fossero stampate e affisse” e che si conservasse memoria in un casellario dei delitti di ciascuno.

Il modo migliore, però, per riparare al delitto non è quello di punire i piccoli reati, ma quello di risalire alle cause generali di essi. “Togli di mezzo la miseria… Spiana quei cumuli immensi d’ingiustizie e di oppressioni, e di violenze che si sono ammontonati per secoli colla mano medesima delle leggi, diventate istrumenti di universali calamità, e di privato dispotismo”.

E si domanda “Che? Impiccherai tu chi per fame tolga poche lire, e lascerai a’ suoi sacri diritti coperto dall’ombra di un rispetto onnipotente, colui che abbia centomila scudi, e lasci morire centinaia di persone di disagio e di fame? La disuguaglianza grande delle proprietà è il nodo gordiano. La rivoluzione è destinata a troncarlo”.

Per Vincenzo Russo, come non è nello stato conforme a natura la distruzione reciproca degli essere umani, così non lo è neppure quella delle nazioni tra loro. Le leggi della natura sono dirette all’umana felicità. Non è nella natura, perciò, violare i diritti altrui e “molto meno è nella natura, quel modo di riparare a quell’infrazione, la guerra (…). La guerra fra le nazioni è conforme alla natura quanto il duello fra gli individui ”.

Il discorso di Vincenzo Russo si riferisce non agli uomini schiavi delle loro passioni, ma agli uomini che si lasciano condurre dalla ragione pienamente sviluppata. La pace per lo più è turbata dal desiderio di alcuni di realizzare conquiste di nuovi territori. Per Russo l’uomo per natura è stanziale e non errante. Si sposta e lotta per ottenere quanto non riesce ad avere là dove vive. Se i governanti “sapessero ben regolare il numero di abitanti di ciascuna contrada, e cavare dalla terra tutto quello che essa può dare – si domanda – dove più sarebbe una scintilla per accendere la fiaccola della guerra? ”.

L’impegno degli uomini deve consistere nel far cessare le ragioni che aizzano gli animi alla guerra. E questo si realizzerà “quando vi sarà unità di governi nelle nazioni, tolleranza vera, e conformità di principi”. Allora si attuerà il “verace progetto della pace perpetua ed universale”.

E se possa insorgere qualche contrasto ci vorrebbe “un tribunale per comporre le differenze del genere umano!…. Tal tribunale realizzerebbe la divinità sulla terra”.